Le parole contano

19/02/2026 | DIVERSITY & INCLUSION

Le parole contano

 
Un padre e un figlio sono coinvolti in un grave incidente. Il padre muore sul colpo, il figlio viene portato d’urgenza in ospedale.
Il chirurgo entra in sala operatoria, guarda il ragazzo e dice: “Non posso operarlo. È mio figlio.”

Molte persone, leggendo questa storia, si chiedono come sia possibile. Eppure, la risposta è semplice: il chirurgo è la madre del ragazzo.

Se questa non è stata la prima risposta che ci è venuta in mente, è perché il nostro cervello, e il linguaggio che usiamo ogni giorno, associano automaticamente certe professioni a figure maschili. È una questione di abitudine, non necessariamente di intenzione. Ma le abitudini, anche quelle linguistiche, influenzano il modo in cui vediamo il mondo e le persone che ci circondano.

Pensiamo, ad esempio, agli annunci di lavoro: “Cercasi operaio specializzato”, “Capo officina”, “Tecnico manutentore”. Quasi senza accorgercene, immaginiamo un uomo. Se invece leggiamo “operaia specializzata”, “capo o capa officina”, “tecnico o tecnica manutentrice”, allora l’immagine cambia. Non è un dettaglio di stile, ma è una questione di opportunità, di chi si sente chiamato o chiamata in causa.

Da sempre, parole come “il direttore”, “l’ingegnere”, “il capo reparto” ci raccontano un mondo prevalentemente maschile. E quando un ruolo viene nominato solo al maschile, diventa più difficile immaginare una donna in quella posizione, anche se c’è e se lo merita.

Usare parole che rappresentano tutte le persone significa cambiare prospettiva, rendere visibile ciò che spesso resta invisibile. Non si tratta di grammatica, ma di realtà.

Inoltre, parlare di parità non vuol dire “mettere da parte gli uomini”. Significa riconoscere che, a parità di competenze, impegno e passione, chiunque deve avere le stesse possibilità di crescere e contribuire. È un tema che riguarda tutti e tutte, non solo le donne: riguarda chiunque lavori, spesso sentendo la frustrazione della mancanza di riconoscimento o approvazione.

Perché il rispetto nasce anche dalle parole. Da come ci chiamiamo, da come ci rivolgiamo alle altre persone.

Lo vediamo anche nella vita quotidiana. Quando in una riunione diciamo “i tecnici”, ma nel gruppo c’è anche una collega. Quando parliamo del “capo”, ma non pensiamo mai a dire “la capa”. O quando, senza intenzione, usiamo parole o battute che escludono qualcuno. Non serve cattiveria per farlo, basta l’abitudine. Ma le abitudini si possono cambiare!

Usare parole che danno spazio a tutte le persone non toglie nulla a nessuno: crea semplicemente possibilità per tutte e tutti.

E il cambiamento comincia da vicino. Significa dire a una figlia, a una sorella o a una nipote che un giorno potrà essere lei quella chirurga. E che non c’è niente di strano in questo: è semplicemente normale. Normale come lo è per i suoi coetanei maschi.


Cosa possiamo fare?


Anche piccoli accorgimenti quotidiani possono fare la differenza. Rendere il linguaggio più inclusivo non richiede grandi cambiamenti, ma alcune semplici attenzioni quotidiane. 
  • Ad esempio, invece di dire “i tecnici” quando ci sono anche colleghe, possiamo usare “il personale tecnico” o “chi si occupa di manutenzione”. 
     
  • In annunci o comunicazioni, possiamo alternare i ruoli al maschile e al femminile, come “capo o capa officina” o “ingegnere o ingegnera”. 
     
  • Quando non abbiamo la certezza su come rivolgerci a qualcuno, basta chiedere quale forma preferisce. Piccoli gesti come questi aiutano tutti e tutte a sentirsi viste, riconosciute e rispettate.


Per approfondire: il linguaggio inclusivo in poche risorse utili


Per chi desidera capire meglio cos’è il linguaggio inclusivo e come applicarlo nel quotidiano, ecco alcuni suggerimenti tra contenuti da ascoltare, guardare e leggere:
Da leggere
Un articolo scritto dalla sociolinguista Vera Gheno per Valigia Blu che spiega la questione dell’uso dei nomi delleprofessioni al femminile in italiano:
La questione dei nomi delle professioni al femminile una volta per tutte 
 
Da ascoltare
Una puntata del programma di Rai Radio 3 “La lingua batte” che parla di linguaggio inclusivo e di genere: 
Perché divide la lingua dell'inclusione
Da guardare
Un TedX di Alexa Pantanella che spiega come il linguaggio che usiamo, spessoin modo automatico, porta con sé stereotipi e pregiudizi:
Parlare la lingua dell'inclusione


Un impegno che riguarda tutti e tutte


L’impegno nell’utilizzare un linguaggio che coinvolge tutte le persone, non solo alcune categorie, non riguarda solo le persone che lavorano oggi in azienda, ma anche chi verrà dopo di noi: figlie, sorelle, nipoti. Dare loro la possibilità di immaginare sé stesse in qualsiasi ruolo significa aprire la strada a un futuro più equo, rispettoso e accogliente.